Torino ovest, quartiere Borgo San Paolo, in una vecchia fabbrica ristrutturata, incontriamo don Luigi Ciotti, sacerdote torinese noto in tutta Italia per la sua missione a favore delle persone più fragili e deboli e per il suo impegno contro la mafia. Ha un volto aperto e un sorriso sincero. Quando si siede con noi al tavolo, sfoglia l’ultimo numero de il Giornalino e ci chiede del giornale e dei suoi lettori. Ascolta con attenzione, in una grande sala all’interno di una ex-fabbrica che è diventata il quartier generale del Gruppo Abele, un gruppo che don Luigi fonda insieme ad alcuni amici nel 1965 con lo scopo di accogliere persone che vivono nel disagio, catturate dall’inganno della droga o dell’alcool, che sono o sono state in carcere. Il nome del gruppo arriva direttamente dalla Bibbia e si propone di capovolgere l’atteggiamento indifferente e pieno di egoismo che è rappresentato da Caino, il fratello che uccide Abele.
Le attività di don Luigi sono molte e lo portano spesso in giro per l’Italia, lui continua a definirsi un «credente innamorato di Dio» che prova rabbia di fronte alle ingiustizie e alle guerre, «una sana rabbia» ci dice «perché ci si arrabbia per le cose che ci stanno a cuore. E poi è bella la vicinanza di Dio, mi rende felice sapere che Lui è un compagno di viaggio meraviglioso».
Una felicità che assume il volto di molti amici incontrati attraverso il Gruppo Abele o l’Associazione Libera.
Don Luigi,come si possono aiutare gli altri nella ricerca del bene, di ciò che è buono?
È una cosa che mi ha sempre preoccupato fin da piccolo. Mi guardavo intorno e vedevo delle cose che non mi piacevano come le diseguaglianze tra le persone: chi stava bene e aveva molte opportunità e chi aveva poco o nulla; fino alle persone che vivevano per strada, senza casa, senza lavoro, senza trovare qualcuno che parlasse con loro. Di fronte a quelle situazioni mi sono chiesto con alcuni amici: che cosa possiamo fare per chi è in difficoltà? Come cancellare queste ingiustizie?
Non risposte ma domande...
Domande che hanno cambiato la mia vita, che mi hanno aiutato a trovare la mia strada, la mia vocazione.
Quella al sacerdozio?
Anche, ma soprattutto la vocazione di saldare terra e cielo, l’amicizia con Dio e quella con gli “ultimi”, le persone che fanno più fatica, i più fragili, i poveri. Io sento questo bisogno di essere fedele a Dio e agli uomini.
Come si può realizzare questa cosa?
La mia piccola esperienza mi dice che il Vangelo indica una strada: cercare Dio per incontrare le persone umane. Ma sempre la mia piccola esperienza mi permette di dire che è possibile cercare le persone umane per incontrare Dio. E questo a Dio non dispiace perché ha detto che l’uomo è a sua immagine e somiglianza.
Io sono convinto che bisogna stare vicino ai poveri, agli ultimi, bisogna tenerli stretti perché la vita ci affida un impegno, di usare la nostra libertà per liberare chi libero non è.
Libero da chi o da cosa?
Libero dalle tante cose che tengono l’uomo schiavo. La violenza, la droga ma anche la solitudine, la paura.
Di che cosa hai paura, don Luigi?
Ma la paura è un sentimento che proviamo tutti. Dubbi, timori e stanchezze accrescono il senso della paura e dell’impotenza. Il senso del limite. Il timore di non riuscire a rispondere alle molte richieste, di non riuscire ad ascoltare o a riconoscere il volto di Dio nei poveri. Queste cose a volte si fanno sentire in modo forte ma io sono fortunato perché accanto a me ho amici con cui dividere fatiche e difficoltà.
Condividere aiuta a superare le difficoltà e le paure?
Certamente. Si può farlo grazie alla vicinanza e alla collaborazione degli altri. Da soli siamo piccoli, siamo fragili. Finché le cose ci vanno bene non ci facciamo caso, ma quando c’è qualche problema ce ne accorgiamo subito: solo insieme agli altri, con il loro aiuto possiamo superare le difficoltà.
Un invito a credere nel “noi”...
Le cose più belle e più importanti nella vita si fanno con gli altri. Sono gli altri il nostro vero punto di riferimento, cominciando dalle persone più vicine: genitori, amici, insegnanti. E poi ci sono quelli che ancora non conosciamo, che magari ci sembrano “diversi”.
Diversi?
Sì, diversi da noi ma è solo incontrando le persone, confrontandoci con loro, sperimentando la fatica ma anche la soddisfazione di collaborare che impariamo a misurare le nostre forze e i nostri limiti.
Sembra una strada bella, piena di fascino, quasi un sogno...
Io penso che i nostri desideri, i nostri sogni si realizzano solo se sanno unirsi alle speranze del “noi” per diventare un unico grande desiderio di giustizia, libertà e bellezza.
Come un ragazzo può contribuire a realizzare questo sogno?
Non è mai troppo presto per cominciare a fare la propria parte. Ognuno può dare un contributo importante. Le belle parole che mostrano belle cose come la democrazia, la legalità, la pace richiamano a un atteggiamento altrettanto bello e fondamentale: la responsabilità.
Come definiresti la responsabilità?
Responsabilità significa che ogni cosa che facciamo non la facciamo solo per noi stessi, ma la compiamo pensando anche agli altri e alle conseguenze che hanno le nostre azioni per loro.
La tua vita è legata oltre che al Gruppo Abele anche all’Associazione Libera. Cos’è?
“Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, come il Gruppo Abele, è nata con l’obiettivo di restituire voci e diritti a chi è vittima delle ingiustizie, ma anche per far sapere alla gente che le ingiustizie esistono.
Quando è nata?
Nel 1995. Tre anni prima la mafia aveva ucciso due bravi magistrati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con gli agenti di polizia incaricati di proteggerli: tutta l’Italia si era arrabbiata e commossa. Con alcuni amici abbiamo pensato che il modo per ricordare quelle persone era darsi da fare insieme per continuare il loro impegno contro la criminalità organizzata ma anche, più in generale contro la disonestà e la prepotenza dei forti sui deboli.
Perché nel nome si parla di “Associazioni, nomi e numeri”?
Perché è un coordinamento di diverse associazioni. Abbiamo voluto “nomi” perché la prima attenzione che “Libera” ha avuto è ai familiari delle vittime di mafia e nel nostro Paese c’è il rischio che si ricordino solo alcuni nomi: noi vogliamo ricordarli tutti e per nome come Antonio Montinaro, capo scorta del giudice Falcone. È il ricordo, la memoria che alimentano l’impegno mentre i “numeri” sono le scuole, le persone che si mettono in gioco: non è per contarci ma per contare, perché è il “noi” che vince, non l’“io”. Non mi stancherò di ripeterlo: noi, noi. Qui siamo al Gruppo Abele, è un gruppo, non un singolo.
Ci sono attività di “Libera” per ragazzi?
Certo e sono molte. Tra i compiti di “Libera” c’è l’informazione. Per esempio andiamo nelle scuole a spiegare i pericoli della criminalità organizzata e l’importanza delle regole e della responsabilità che sola può sconfiggere la mafia. Da anni, con il Ministero della Pubblica Istruzione, “Libera” promuove il concorso “Regoliamoci”: il valore delle regole per vivere bene insieme. Concorso a cui partecipano centinaia di classi in tutt’Italia. È il “noi” che fa la differenza.